26 novembre 2009

cos’è normale?

A volte mi dimentico quanto è bello parlare con studenti aperti, intelligenti e pronti a mettersi in gioco.

Non perchè ce ne siano pochi. Ma perchè passo purtroppo molto del mio tempo in noiosissime riunioni di tipo managerial-casalingo.

Invece qua sotto c’è un fantastico ribollire di ansie, attese, paure e frustrazioni che capita che sfocino in progetti creativi e interessanti.

Stamattina ne ho incontrati un paio.

Mi hanno scritto una mail lamentandosi di aver poco da studiare.

Li ho ascoltati, ho guardato i loro bei progetti, li ho visti accalorarsi e anche piangere dimostrando una fortissima volontà di fare.

Dimostrando di avere occhi e orecchi molto aperti.

E’ questa la normalità qua dentro.

Ed è questa la normalità di tutti i posti in cui c’è un territorio libero di espressione, necessario a chi, molto giovane, non può fare a meno di creare.

 

21 novembre 2009

valentino the last

L’abbiamo visto.

Con un minimo di sano senso di ansia anticipativa come quando si vedono film pieni di fatti e persone che conosci.

E che parlano del mondo in cui, più o meno, vivi.

Valentino. The last emperor è un bel film documentario.

Un film su una cosa che finisce che è molto precisa e chiara e su qualcosa che comincia che nessuno pare ancora aver capito che cos’è.

Ciò che finisce è, insieme all’onestissima e brillante carriera dell’unico vero couturier italiano, l’epoca degli stilisti.

Una categoria di persone che, subito dopo aver inventato il made in italy hanno salutato per sempre la realtà e hanno preso un volo senza ritorno verso l’iperuranio. Un mondo dove non esiste la povertà, non esiste il brutto, non esiste il dolore. Apparentemente.

Intervistato da Fabio Fazio Valentino ha detto che sta cominciando ora ad accorgersi che esistono anche le cose brutte, e che pur infastidendolo molto, si trova costretto ad affrontarle.

Non è certo il dramma personale di un professionista che esce di scena ad essere interessante.

Quello su cui riflettere sono le parole di Matteo Marzotto in una delle ultime scene del film che dice che il mondo è cambiato, che il mercato vuole cose diverse, che niente sarà più come prima.

Il designer demiurgo onniscente che ha il controllo su tutto è una figura che ormai è mitologica come l’araba fenice.

La corte rinascimentale di assistenti asserviti che annuiscono a comando è storia passata.

La solitudine del genio di fronte al foglio bianco è un film passato  di moda.

Tutto è finalmente più reale. I clienti reagiscono a progetti più strutturati e complessi dimostrando una capacità di discernimento molto evoluta.

Le abitudini di vita e il potere d’acquisto sono state per sempre modificate tanto da rendere indispensabili strategie che coniugano una visione precisa del prodotto con progetti di comunicazione innovativi e approcci al mercato molto più strutturati.

Se non c’è un lavoro di team dietro ad un brand il pericolo volatilità è dietro l’angolo.

E’ probabilmente finita un epoca in cui si avvicinava l’approccio autoriale ed artistico al fashion design e in cui si credeva che il prodotto si vendesse se era bello.

Abbiamo purtroppo scoperto che niente è bello e che tutto è bello.

Che può risultare più affascinante una campagna di H&M che una sfilata di Margiela.

Che il successo di un prodotto può dipendere da fattori ben al di fuori della volontà di chi l’ha concepito.

Che i miti nascono e muoiono percorrendo strade che a volte ci sembrano incomprensibili.

Ma è probabilmente tutto normale.

Anche la moda si è umanizzata, ha raggiunto un grado di realtà più consono alla sua natura di oggetto.

E’ forse tornata ad essere quello che era prima degli anni ottanta.

Un sano modo per rappresentarsi. Per costruirsi una narrazione.

Mettendo a disposizione di tutti più strumenti con un coefficente di libertà medio molto più alto.

 

21 novembre 2009

analfabetismi

A volte capita di parlare con persone estranee alla moda che ti fanno pensare a cose che ti sembrano ovvie.

Alessandro Dalai, editore di Baldini e Castoldi, persona curiosa e intelligente, durante un incontro di lavoro mi ha chiesto come mai i grandi personaggi della moda siano così inaccessibili.

Come mai sia difficile avvicinarli, raccontarli, invitarli a parlare, a volte anche solo vederli.

Per quali motivi incomprensibili cerchino di rimanere distanti, di non raccontarsi se non attraverso mega eventi, mega sfilate, mega mostre.

E questa domanda arriva proprio nel momento in cui nelle sale cinematografiche esce ” Valentino, l’ultimo imperatore”, documentario su Valentino Garavani, che solo dal titolo incute terrore.

La figura degli stilisti è in generale mitica se non leggendaria nell’immaginario collettivo.

Quasi tutti si trincerano dietro uffici stampa di ferro che li proteggono come fossero dentro Fort Knox.

Una cosa che a chi lavora nella moda sembra normale. Ma che nella realtà non lo è per niente.

Anche Barack Obama è stato da David Letterman. Mai vista Miuccia Prada da Fabio Fazio.

L’unica figura pubblica che ha lo stesso tipo di riserbo nel comunicare è il Papa.

Immagino che la risposta a questa domanda stia nel fatto che sentir parlare gli stilisti è un pò come sentir parlare i calciatori.

L’analfabetismo linguistico e culturale in un’intervista televisiva emerge con la forza di uno tsunami.

E come uno tsunami ha effetti devastanti.

Solo che da un calciatore nessuno si aspetta visioni che squarciano il buio dell’estetica contemporanea o riflessioni acute sulle strategie di mercato in tempo di crisi.

Un calciatore funziona anche se semplicemente grugnisce.

Uno stilista invece è, nell’immaginario collettivo, un artista, un fenomeno anche culturale, oltre che una star del business.

Quindi per non distruggere il sogno quasi sempre si sceglie di tacere.

Alla larga da David Letterman ma anche alla larga da Daria Bignardi.

Se agli stilisti ci aggiungiamo poi le anoressiche e balbuzienti modelle il gioco del silenzio è completo.

Questo porta purtroppo a un totale scollamento dalla realtà del mondo della moda, a una divaricazione netta e pericolosa tra ciò che è e ciò che si vorrebbe che fosse.

Il silenzio in questo caso serve da fondamenta alla costruzione di un sogno collettivo.

Ma il mitico consumatore finale compra anche perchè crede a qualcosa che non esiste, a una favola fatta di supereroi inattaccabili che non ci sono.

E per questo, invece di andarlo a disturbare con una inutile descrizione della realtà, si preferisce farlo dormire un sonno pieno di sogni senza verità.

14 novembre 2009

new look

minimal anni novanta. rinnovo grafico per ricominciare a scrivere.

13 ottobre 2009

niente

Un post per dire che non ho niente da dire. Che guardo fuori dalla finestra e vedo una meravigliosa giornata d’autunno. E che sono felice di fare parte di un mondo che si occupa di bellezza.

11 ottobre 2009

fortuny

Qualcuno mi può dire perchè nella smania di riportare in vita vecchi marchi nessuno ha ancora pensato di accaparrarsi l’unico marchio storico italiano che abbia senso di esistere vicino ai soliti giganti francesi?

11 ottobre 2009

il sonno della moda genera mostri

Si tirano le gambe sul divano e finalmente ci si rilassa. Le settimane della moda nel mondo sono finite e tutti possono tornare alle rispettive operose attività facendo i conti di successi e insuccesi.

Non sappiamo allo stato attuale se globalmente le merci stiano piacevolmente ricominciando a viaggiare come prima o più di prima ma possiamo cercare di capire se quello che è avvenuto, quello che è stato presentato, sia sensato oppure no.

Da un primo sguardo si direbbe che anche i grandi produttori di senso questa stagione abbiano fatto cilecca. E che tutti gli altri solitamente preda dell’insensatezza abbiano continuato sulla propria strada.

Allontanarsi dal pericoloso centro della crisi sembra costare a tutti molta fatica ma soprattutto sembra provocare poco credibili spinte all’innovazione fine a sè stessa (Prada, Jil Sander, Louis Vuitton), poco riusciti allontanamenti dall’identità del brand (Trussardi, Pucci, YSL) o anche inutili tentativi di ribadire un concetto astratto di originalità (Balmain, Dolce & Gabbana, Miu Miu, Valentino).

La risposta alla crisi sembra la superficialità o la forzata profondità.

Per questo motivo l’intento di pochi di lavorare su progetti semplici quanto identitari sarà, credo, ripagato nel futuro da risultati di mercato e nell’immediato da consenso unanime.

Chi sono i miei vincitori ideali l’ho già detto. Aggiungo che quando la creatività smette di mettersi in dubbio e di domandarsi se abbia o no un fine, c’è bisogno di un sano ripensamento.

Per evitare che tra le pieghe della mancanza di senso si insinui la volontà reazionaria di qualcuno di chiudere gli orizzonti di tutti.

8 ottobre 2009

addio

Irving-Penn-Balenciaga-Dress-1950

A  Irving Penn.

Il più grande.

7 ottobre 2009

x

La moda non è x factor ma se lo fosse Suzy Menkes sarebbe Mara Maionchi, Scott Schumann sarebbe Morgan e la Cancellieri sarebbe Claudia Mori.

7 ottobre 2009

classifiche

Mi sa che sta per partire una classifica degli abiti senza senso di questa stagione perchè ce ne sono tanti.

Se avete suggerimenti fatevi avanti.