Una domenica di pioggia a Milano è il momento migliore per guardare indietro senza pensieri e ricordare un periodo tanto preciso quanto pesante della mia vita: gli anni novanta.
Lo spunto viene del fatto che quest’anno abbiamo deciso di fare lavorare tutti gli studenti dei secondi anni proprio su questo argomento.
E che qualche giorno fa il grande Luca Scarlini ha tenuto un seminario sul cinema di quel periodo. Un flasback illuminante.
Il mio curriculum dice che ho cominciato a lavorare nel 1990. Da uno stilista ai tempi molto famoso che si chiama Romeo Gigli. E che ho cominciato a lavorare per lo IED proprio nel 2000. Cominciando la mia veloce marcia di allontanamento dal mondo della moda vissuto in trincea verso quello della formazione.
Quindi, per me gli anni novanta hanno avuto il preciso significato di svelarmi i meccanismi, sani e malati, della moda.
Di farmi andare oltre l’idea poetica e stereotipata che ne avevo.
Sono stati dieci anni di decostruzione di un mito personale. Decostruzione pesante e dolorosa che avveniva in un momento in cui i mitici designers onnipotenti e monodirezionati lasciavano il posto ai brand market oriented. In cui l’identità, di un marchio o di una persona, diventava per forza di cose più labile e nello stesso tempo più strutturata.
Ho patito il passaggio dal sogno alla realtà come molti altri.
Senza gli ideali degli anni settanta, senza la spensieratezza degli anni ottanta, i novanta hanno portato una generazione a riflettere sull’idea di cambiamento e su quella di annichilimento.
Improvvisamente gli orizzonti estetici sono implosi e la moltitudine di segni invalidata.
Helmut Lang, Prada e Jil Sander dicevano che bisognava ricominciare da zero.
L’Iraq che invadeva il Quawait e la guerra in Jugoslavia anche.
Molti di noi sono passati attraverso esperienze devastanti. Molti ne sono morti.
L’Aids ha sconvolto ogni certezza, negando in fondo la possibilità di amare.
Ma ripensandoci, adesso che quel periodo sembra così lontano, sembra che ogni cosa sia avvenuta per necessità.
Necessità di arrivare ad un livello di comprensione delle cose più profondo. O immensamente più superficiale.
Necessità di bruciare in un sogno di rinascita per poi risvegliarsi avendolo dimenticato.
Mi accorgo scrivendo quanto sia difficile trovare anche solo il primo spiraglio di una sintesi.
Forse è ancora troppo presto. O forse non abbiamo ancora cominciato seriamente a rifletterci.
Certo è che molti di quelli che hanno attraversato quel decennio conoscono il significato della parola sopravvivere.
E credo che siano esattamente quelle persone che hanno la capacità e quindi la responsabilità di insegnare ai più giovani cosa vuol dire vivere.