23 gennaio 2010

closing down

Penso che pensare sia un’attività costruttiva. In generale poco remunerativa ma molto costruttiva. E sono sempre più convinto che mettere le cose per iscritto dia una validazione reale al pensiero che altrimenti non avrebbe. Per me è una scoperta recente. Tanto recente come quella dell’esistenza della felicità.

Il pensiero riflessivo, non quello fugace ed istintivo, aiuta il singolo essere umano a crescere.

La comunicazione conseguente della riflessione aiuta la collettività degli umani a crescere.

A volte questo blog mi sembra un soliloquio inutile proprio perchè non genera dialogo.

Immagino che generi molti pensieri, ma non arriva a creare contraddittorio, nè a sviluppare risposte.

Colpa mia.

Che faccio? Lo chiudo?

20 gennaio 2010

Discorsi in I. Omaggio a Camilla Cederna

Si vede che sono italiani. Hai visto come urlano ai figli? Hai visto come mangiano? Una roba un pò pizza e mandolini. Sai quel genere tettona, culona, boccona tipo Bellucci. Lui di una volgarità. Un pò Corona. Per essere un film italiano a me è piaciuto. Palermo è pazzesca. Roma alla fine è bellissima. Milano comunque è veramente una città internazionale. Vabbè la sanità italiana, lasciamo perdere. Ma ti rendi conto che dò metà di quello che guadagno allo stato? Se penso a chi siamo in mano mi viene da vomitare. Lui è uno di questi gay tanto simpatici. Pieno, ti dico pieno, di Senegalesi, che io, per carità, non è che ce l’ho con loro, però che palle, non ti senti sicura. Pavarotti è sempre Pavarotti. Fellini è sempre Fellini. Io la Rai non la guardo più. Solo Sky. Ma come mai queste cose succedono solo in Italia? Guardo Report e mi viene una depressione. Ti rendi conto di quanto è figo Obama?

19 gennaio 2010

italian exploitation

Quando negli anni ottanta in Italia successe qualcosa di tuttora incomprensibile che demolì l’idea che il mondo aveva del design, della moda e dell’arte molti italiani non se ne accorsero.

Continuarono placidi a guardare la televisione e ad andare in vacanza alle Seychelles.

Siamo nel 2010 e gli americani ritirano fuori un’idea di italianità vecchia come il mondo attraverso il musical Nine.

Rivendono al mondo un’idea inesistente di noi mentre noi, indifferenti, paghiamo il biglietto per vederci su uno schermo rappresentati da Fergie e Nicole Kidman.

Come si fa a non incazzarsi pensando che noi siamo cambiati, anzi forse non siamo mai stati così?

Pizza, mafia e mandolino.

E nello stesso tempo, per quale motivo non riconosciamo che l’idea di creatività è talmente connaturata nel nostro essere che non dobbiamo fare nessuna fatica nel cambiare il mondo attraverso la bellezza?

Leonardo da Vinci, Verdi, Caravaggio.

18 gennaio 2010

Certe volte è necessario essere cattivi. Macbeth in sottofondo aiuta.

Nichilismo è una parola che non mi è mai piaciuta. Non mi piace chi si lamenta di tutto. Chi non è propositivo. Chi attacca tutti in maniera pretestuosa.

Chi non riesce a distinguere la differenza tra esprimere un giudizio critico e sentirsi un giudice.

Ci piace a tutti starcene arroccati sulle nostre posizioni che pensiamo inattaccabili.

Ma la moda, come la cultura, per vivere ha bisogno di discussione, di dialogo, anche di scontro.

Ma non di assunti, di postulati.

Ne ho abbastanza. E soprattutto ho seguito per troppo tempo il consiglio della mia analista di essere buono e perdonare.

17 gennaio 2010

anche meno

Chi si incensa circondandosi di belle figliole minorenni, chi lo fa comprandosi nazioni e figli in paesi del Terzo Mondo e chi dirige e produce film per raccontare alla galassia quanto stereoscopica la propria immagine possa diventare.

Per tutti quelli che uscissero devastati da “A single man”, prima e speriamo ultima fatica cinematografica di Tom Ford, consiglio la rinvigorente visione di “Gran Torino” di Clint Eastwood.

Il cinema è cinema. Non scherziamo.

17 gennaio 2010

ne’ borghi vicini e lontani.

Nella drammatica fissità della moda mondiale preoccupata solo di risollevarsi dalla crisi, l’interesse per trovare forme nuove di presentazione di una collezione è quasi pari a zero.

Come sempre il polo fiorentino è l’unico che tenta di innovare, trasportando la stampa internazionale a Sesto Fiorentino nella fabbrica di Richard Ginori a vedere la presentazione della precollezione di Giles Deacon, stra amato e stra supportato stilista britannico che un pò ci riporta ai fasti dei tempi di Mc Queen, un pò ce li fa rimpiangere.

Bella o brutta, interessante o no, innovativa o vecchia da un punto di vista di risultato, l’idea è giusta.

Spostare fisicamente così tante persone, anche se deve essere stato organizzativamente drammatico, è ossigenante. Impone di tornare ad associare il concetto di mobilità a quello di ricerca. E il concetto di fatica, di conseguenza, a quello di scoperta.

Usare come location la sede di una delle aziende storiche italiane più note al mondo dimostra una reattività quasi poetica nei confronti della globalizzazione e dell’antitalianità imperante.

Dare ospitalità a un nome di grande richiamo internazionale serve a raccontare una visione contemporanea e anche un pò furba.

Una ricetta che pare semplice. Ma che chissà mai perchè nel ristretto borgo meneghino si riesce così di rado ad applicare.

17 gennaio 2010

de rerum novarum

C’è qualcosa di molto nuovo e di molto vecchio in questi giorni a Milano. Il molto nuovo è che i brand hanno finalmente capito l’importanza dei meccanismi di comunicazione di internet e della televisione e hanno cominciato ad usarli. Blogger in prima fila, sfilate in live streaming, backstage raccontati come un reality.

Il molto vecchio è che i vestiti sono sempre gli stessi e che tutti sembrano muoversi su un’immaginaria linea temporale avanti e indietro, in realtà immobili.

Siamo tutti d’accordo che contenuto e forma ormai coincidono. Che a nessuno frega niente dei dettagli sartoriali dentro una giacca se non sono radiografati e sparati in un video con musica hardcore.

Siamo anche tutti d’accordo, immagino, che a nessuno frega più niente di racconti fini a sè stessi, di favole che non raccontano la verità.

Abbiamo brillantemente, e quasi senza accorgersene, superato il meccanismo malato della brand identity, la spaventosa fissità estetica così rassicurante, perchè il presente ci sta spingendo verso una necessità di narrazione mobile, cinematografica e non fotografica.

Raccontare storie. Che ogni volta cambiano e ogni volta hanno un senso. E renderle comprensibili, ascoltabili, visibili a tutti.

La televisione ce la sta facendo molto bene. Il racconto dell’abito invece è ancora agganciato a scenari post romantici insesitenti, parla di cartoline oleografate lontane o trasmette una fissità inutile perchè non nuova.

Cfr. Dolce & Gabbana – Jil Sander

29 novembre 2009

after party

Oggi dopo aver scritto il post sugli anni novanta mi sono messo a cucinare incessantemente.

Pizza fatta in casa, arista di maiale al forno, torta pere e cioccolato.

Era tutto abbastanza buono.

Ma stando seduto davanti al televisore mi sono reso conto che non avevo invitato nessuno a cena.

E che avevo preparato da mangiare per esorcizzare uno strano senso di morte che mi era rimasto addosso.

Direi che la pizza era per Cristo, l’arista per Roberto, la torta per Luca.

 

A volte mi domando se essere rimasti qua, vivi e sani, non sia stata la scelta più difficile e la responsabilità più grande.

 

29 novembre 2009

anni 90

Una domenica di pioggia a Milano è il momento migliore per guardare indietro senza pensieri e ricordare un periodo tanto preciso quanto pesante della mia vita: gli anni novanta.

Lo spunto viene del fatto che quest’anno abbiamo deciso di fare lavorare tutti gli studenti dei secondi anni proprio su questo argomento.

E che qualche giorno fa il grande Luca Scarlini ha tenuto un seminario sul cinema di quel periodo. Un flasback illuminante.

Il mio curriculum dice che ho cominciato a lavorare nel 1990. Da uno stilista ai tempi molto famoso che si chiama Romeo Gigli. E che ho cominciato a lavorare per lo IED proprio nel 2000. Cominciando la mia veloce marcia di allontanamento dal mondo della moda vissuto in trincea verso quello della formazione.

Quindi, per me gli anni novanta hanno avuto il preciso significato di svelarmi i meccanismi, sani e malati, della moda.

Di farmi andare oltre l’idea poetica e stereotipata che ne avevo.

Sono stati dieci anni di decostruzione di un mito personale. Decostruzione pesante e dolorosa che avveniva in un momento in cui i mitici designers onnipotenti e monodirezionati lasciavano il posto ai brand market oriented. In cui l’identità, di un marchio o di una persona, diventava per forza di cose più labile e nello stesso tempo più strutturata.

Ho patito il passaggio dal sogno alla realtà come molti altri.

Senza gli ideali degli anni settanta, senza la spensieratezza degli anni ottanta, i novanta hanno portato una generazione a riflettere sull’idea di cambiamento e su quella di annichilimento.

Improvvisamente gli orizzonti estetici sono implosi e la moltitudine di segni invalidata.

Helmut Lang, Prada e Jil Sander dicevano che bisognava ricominciare da zero.

L’Iraq che invadeva il Quawait e la guerra in Jugoslavia anche.

Molti di noi sono passati attraverso esperienze devastanti. Molti ne sono morti.

L’Aids ha sconvolto ogni certezza, negando in fondo la possibilità di amare.

Ma ripensandoci, adesso che quel periodo sembra così lontano, sembra che ogni cosa sia avvenuta per necessità.

Necessità di arrivare ad un livello di comprensione delle cose più profondo. O immensamente più superficiale.

Necessità di bruciare in un sogno di rinascita per poi risvegliarsi avendolo dimenticato.

Mi accorgo scrivendo quanto sia difficile trovare anche solo il primo spiraglio di una sintesi.

Forse è ancora troppo presto. O forse non abbiamo ancora cominciato seriamente a rifletterci.

Certo è che molti di quelli che hanno attraversato quel decennio conoscono il significato della parola sopravvivere.

E credo che siano esattamente quelle persone che hanno la capacità e quindi la responsabilità di insegnare ai più giovani cosa vuol dire vivere.

 

26 novembre 2009

cos’è normale?

A volte mi dimentico quanto è bello parlare con studenti aperti, intelligenti e pronti a mettersi in gioco.

Non perchè ce ne siano pochi. Ma perchè passo purtroppo molto del mio tempo in noiosissime riunioni di tipo managerial-casalingo.

Invece qua sotto c’è un fantastico ribollire di ansie, attese, paure e frustrazioni che capita che sfocino in progetti creativi e interessanti.

Stamattina ne ho incontrati un paio.

Mi hanno scritto una mail lamentandosi di aver poco da studiare.

Li ho ascoltati, ho guardato i loro bei progetti, li ho visti accalorarsi e anche piangere dimostrando una fortissima volontà di fare.

Dimostrando di avere occhi e orecchi molto aperti.

E’ questa la normalità qua dentro.

Ed è questa la normalità di tutti i posti in cui c’è un territorio libero di espressione, necessario a chi, molto giovane, non può fare a meno di creare.