I giudici della seconda sezione civile del Tribunale di Milano hanno dichiarato il fallimento di Burani Designer Holding (Bdh), la società di diritto olandese a monte del gruppo della moda Mariella Burani Fashion Group, e stabilito la competenza territoriale a Milano.
11 febbraio 2010
amq
Oggi è difficile. E’ molto difficile parlare.
Perchè un sacco di millenni fa ho lavorato insieme a lui da Romeo Gigli. E me lo ricordo ridere come un matto, fare battute zozze e stare su un cartamodello tutta la notte finchè non era perfetto.
Poi se ne è andato ed è diventato quello che è diventato.
Nessuno dovrebbe uccidersi.
Soprattutto chi è riuscito a raccontare con così cristallina purezza la parte sbagliata e quella giusta della vita.
Chi è riuscito a tenerle per mano sempre, su una passerella.
Penso che Lee abbia lottato immensamente per arrivare dov’era. Penso che per lui fosse sempre stata una questione di vita o di morte.
E credo che per un attimo abbia confuso le due cose, dopo averle maneggiate tutta la vita.
Senza volerlo, con la leggerezza di un bambino.
7 febbraio 2010
walter albini. do or die.
Ho comprato, per regalarlo a un’amica, il libro “Walter Albini e il suo tempo. L’immaginazione al potere” di Maria Luisa Frisa e Stefano Tonchi edito da Marsilio.
Albini è in assoluto il mio personaggio preferito tra i tanti della moda italiana. L’ho sempre sentito vicino. Forse perchè era dei pesci, forse perchè ancora oggi nessuno sa chi è, forse solo perchè era un genio.
Non sono molti i testi pubblicati su di lui, non è mai stata fatta una mostra organica, al di fuori della cerchia degli estimatori è, appunto, totalmente sconosciuto.
La figura richiederebbe un lavoro integrale di studio molto approfondito soprattutto perchè le fonti non sono di facile reperimento e gli archivi delle collezioni sono sparsi qua e là per il mondo.
Un’operazione molto costosa e molto lunga che nessuno ha voglia di fare.
Eppure dentro il lavoro di Walter Albini c’è tutto il DNA del prèt à porter italiano e molto di quello francese. La ricerca farebbe luce su un immenso buco nero culturale che circonda le origini della moda italiana a tuttoggi.
Purtroppo a colmare questo vuoto colpevole il modesto libro di cui sopra aiuta ben poco.
Scarsi i brevi saggi iniziali, scarsa la documentazione fotografica e di bassa qualità, assente completamente un punto di vista narrativo.
Non dice niente di più di quello che già sappiamo.
Un’occasione persa.
Forse non per colpa degli autori che sicuramente non hanno avuto a disposizione i mezzi necessari per un’operazione più completa.
O forse proprio per colpa loro. Che con una veloce scorsa a qualche vecchia foto hanno creduto di poter dire qualcosa.
4 febbraio 2010
dynamic duo on vogue china
2 febbraio 2010
ironia e vastità d’animo
Le giornaliste straniere scrivono.
Gli stilisti italiani incassano.
31 gennaio 2010
Haute Horreur
Mi sembra di poter dire con una qualche certezza che il sistema francese della couture è definitivamente franato. Per fortuna non facendo vittime.
Questa volte le sfilate erano solo dieci. Una sequenza veloce risolvibile in una giornata.
I partecipanti avevano nomi molto noti o quasi ignoti. Vediamoli uno per uno.
Alexis Mabille, ex creatore di papillon, ha intessuto con eccessiva scorrevolezza una storia di “chirurgia grafica”, in pratica dividendo in due ogni capo di abbigliamento esistente e rendendolo bicolore. Un discorso forse sottilmente politico.
Elie Saab, ha cercato di dimostrare che non solo di rigido red carpet si vive, ma che le sue clienti hanno anche un leggero lato romantico. Sempre ricamato e lungo fino ai piedi però.
Jean Paul Gaultier è andato in Messico in cerca di ispirazione ma vi ha probabilmente trovato delle interessanti sostanze allucinogene che lo hanno non poco aiutato a raffinare un sogno narrativo che a volte aveva i tratti del delirio.
Anne Valerie Hash ha pensato di riassemblare vecchie t-shirt di Tilda Swinton o pigiami di Albert Elbaz per raccontare un nuovo modo di fare couture. Un’idea simpatica di certo.
Valentino, o il duo che adesso lo rappresenta, è rimasto molto impressionato da Avatar tanto da volerlo far diventare il tema della collezione. Il senso di affanno nel dover fare rientrare la fantascienza in una serie di abiti di chiffon di seta è palpabile. Altrettanto palpabile è il senso di lieve imbarazzo che si prova nel vedere la sfilata.
Armani ha invece deciso di parlare della Luna, tema veramente un pò dimenticato da tutti, dopo essere stato per secoli l’arma preferita dei poeti più romantici. Ne ha usato il colore pallido, le iridescenze e, alas, a volte anche la forma. Cadendo in una vischiosa trappola da cui si penserebbe che l’esperienza l’abbia peparato.
Chanel, la collezione più acclamata, ha dato una risposta decisa ad un bisogno evidentemente non latente di romanticismo spettacolare delle milionarie mondiali. Che vivono solo di notte e non si imbrattano mai nelle pozzanghere.
Christian Dior, in arte John Galliano, ha rispolverato gli insegnamenti di Charles James e le mises di Millicent Rogers per ripercorrere il periodo d’oro della couture. Facendocelo rimpiangere come non mai.
Givenchy, e quindi Riccardo Tisci, ha come sempre cercato di dare un soffio di contemporaneità alla vetusta storia della maison. Questa volta usando come fonte di ispirazione nientedimeno che Renato Zero. Saranno felici le ricche sorcine sue clienti.
In definitiva il quadro generale sembra ben poco univoco.
E sembra che la risposta alla domanda se abbia senso o no continuare questa strana cosa chiamata Haute Couture sia ben di là da venire.
30 gennaio 2010
tell a seventies tale
Sembra evidente da quest’ultima tornata di precollezioni, ma lo era già molto anche dall’estivo precedente, che i designers più accorti e in qualche modo più visionari si stiamo dirigendo in tutta fretta verso gli anni settanta.
Alcuni nomi: Celine, Vionnet, Chloè, Stella Mc Cartney.
Non quelli del glam barocco ma quelli post industriali, post anni sessanta, pre aids.
Anni in cui la distinzione tra vestirsi per lavorare e vestirsi per uscire comincia a radicalizzarsi per poi arrivare a scoppiare negli anni ottanta.
In quel periodo le strade stilistiche si divaricano pesantemente. Alcuni pensano di più ad un aspetto, altri al suo opposto.
In Italia nascerà la contrapposizione Armani/Versace per esempio.
Ma è anche vero che verso la metà degli anni settanta si ricomincia a pensare al daywear in termini di lusso discreto e pratico.
Gucci degli inizi. Halston. Walter Albini. Yves Saint Laurent.
Adesso come allora è come se ci fosse bisogno di nuovo di una distinzione netta tra le diverse funzioni d’uso. Una vecchia parola che torna ad avere senso.
Forse perchè nel frastuono della crisi i glitter hanno perso un pò di significato, forse perchè, adesso più che mai, per raccontare una storia ci vuole un’inizio, uno svolgimento e una fine.
30 gennaio 2010
vionnet goes south
Come sia possibile trasportare nella contemporaneità un nome con un’eredità così pesante come Vionnet è una domanda che bisognerebbe smettere di farsi.
Vionnet sta alla storia della moda come l’invenzione dell’antibiotico sta alla storia della medicina, come il primo Apple sta alla storia della tecnologia, come l’assalto alla Bastiglia sta alla storia di Francia. Il suo lavoro ha un carattere talmente rivoluzionario e unico che non ci si può aspettare che nessuno lo prosegua. Può essere copiato, come hanno fatto a piene mani Galliano e molti altri, ma non proseguito.
Essere rivoluzionari non è un tema progettuale e non dovrebbe diventarlo.
Quello che si può fare è usare il senso di praticità, di eleganza e di felicità del lavoro di Vionnet e tradurlo con segni attuali.
Un esercizio che di certo può portare dappertutto. Anche alla perdizione.
Per quanto sia un mio caro amico, non mi sembra questo il caso di Rodolfo Paglialunga.
Il suo lavoro mi sembra profondo, tecnicamente perfetto, evidentemente contemporaneo.
Sono d’accordo con l’immensa Sarah Mower di Style.com che raggiungere in maniera visivamente semplice una grande completezza narrativa sia difficile.
Ma non sono d’accordo per niente con lei quando lascia trasparire un neanche tanto sottile senso di snobbismo nei confronti di un’operazione tutta italiana.
Pensavo fossero finiti i tempi del Nord e Sud.
Invece mi sa che sono appena ricominciati.
29 gennaio 2010
to be new
E’ molto difficile passare attraverso le forche dell’iconicità di un marchio e sopravvivere.
Dopo un pò di anni passati ad occupare ( in senso studentesco ) la maison Yves Saint Laurent, Stefano Pilati sembra all’improvviso aver scelto di farsi sommergere dal passato del glorioso couturier.
Da buon capricorno ha orchestrato un passaggio intermedio attraverso la ripulitura razional-minimalista della collezione estiva per guardare gli scheletri delle forme su cui ha lavorato per anni.
Poi, con questa pre-fall, si è tuffato in un sentimentalismo adolescenziale che recupera tutti i codici di Yves e con un èlan vital geniale, finalmente, li schiaccia.
Au contraire di molti suoi colleghi che si muovono incerti tra rilettura del veccchio e imbarazzanti tentativi di creazione del nuovo, Pilati dimostra sans aucun effort di essere in grado di lasciarsi scivolare giù per la china dei libri di storia della moda senza ritrovarsi chiuso in una prigione di segni.
Dimostra quanto sia immensamente complesso oggi per un designer il confronto col passato. Quanto sia sfinente la sua rilettura. Ma anche quanto sia necessario venire a patti con le tracce lasciate dagli altri nell’immaginario popolare per riuscire ad essere nuovi.
25 gennaio 2010
motion picture stop
Prego correte a vedere First Spring, cortometraggio promozionale della collezione uomo di Prada della prossima estate girato da uno sconosciuto regista cinese.
Un meraviglioso esempio di deliziosa inutilità narrativa in movimento.
