14 marzo 2010...17:38

bloodshed or die

Le sfilate sono finite. Ma questa volta non hanno portato solo gioie.

Più di un osservatore (Kathy Horyn, Stefano Tonchi, Suzy Menkes per dirne alcuni) sembra avvertire uno strano senso di stanchezza. Una necessità di ripensamento.

Chi presenta una collezione oggi, spendendo valangate di soldi e di energie, ha adosse pressioni contraddittorie.

Il giudizio tagliente della stampa da superare e le attese spasmodiche del mercato da colmare.

Oggi come non mai chi riesce in entrambe le cose viene preso per un miracolato. Celine docet.

Un esercizio che sembra più un saggio di sopravvivenza di un soldato in trincea che ogni tanto decide di ballare un a solo in mezzo al campo di battaglia.

Ricordo che una volta i designers non rischiavano la vita, nè si sentivano in prima linea costantemente.

Ricordo anche che il circo dei giornalisti di moda si faceva nutrire con più agio e meno ansia e che i compratori erano un aiuto nella scoperta di nuovi talenti, non cecchini appostati sulla linea di frontiera.

Gli stilisti invece sono carne da macello, i buyer si aggirano con arpioni uncinati e i giornalisti raccontano lo spargimento di sangue.

Tutto si è economicamente radicalizzato e per questo tutto è in procinto di implodere.

Mi domando solo se sia necessario aspettare la distruzione totale o sia possibile, magari con calma ed agio, trovare altre vie.