Sono appena tornato da una massacrante tre giorni a Parigi dove ho visto Rochas, Vionnet, Viktor and Rolf, London ShowRooms, Flanders ShowRooms e Rendez Vous. Oltre ad una serie infinita di negozi, la collezione di Gianluca Capannolo nel suo spazio di vendita e una visita veloce ad un amico negli uffici di Avenue Montaigne di Dior.
A Parigi viene da domandarsi, a volte in silenzio a volte ad alta voce, cosa ci sia di così diverso da Milano per attirare compratori e designers da tutto il mondo.
La risposta che sembra ovvia non lo è poi così tanto.
Si pensa che Parigi sia una città per elezione più creativa ma più del novanta per cento di marchi che vengono qui a cercare visibilità non sono francesi. Si pensa che sia più ospitale ma gli alberghi sono brutti e cari, il tempo quasi sempre inclemente e il cibo noioso e ai limiti della tossicità.
Si pensa che sia più bella. Cosa vera finchè si sta negli arrondissement ad una cifra ma appena si mettono i piedi fuori dal centro diventa ansiogena unitarietà architettonica.
Quindi dove sta il perchè?
Sta nella capacità di trasformare ogni luogo in stage, ogni evento in performance, ogni parola in straordinaria comunicazione.
Non c’è da attendersi niente di meno dal paese che ha dato vita a Marie Antoinette o Re Sole.
E non c’è da attendersi la stessa cosa dal genetico calvinismo di Milano.
Ma prima di alzare le braccia dichiarando la totale sconfitta nei confronti dei cuginetti francesi forse qualcosa si può fare.
La prima necessità è di dare alla moda quello che è della moda. Luoghi magnifici in cui raccontare la bellezza attraverso uno scambio attivo con la città.
La seconda è di consentire la vivibilità dei luoghi storici aprendoli a tutti il più possibile.
La terza è di riconnettere in maniera positiva i cittadini di Milano con la moda.
Tre semplici indicazioni.
Cominciamo?
5 commenti
7 marzo 2010 alle 16:12
Ciao Andrea,
Pochi motivi che spiegano i miei otto anni trascorsi a Parigi.
Non ti nascondo che in quei otto anni mi sono sempre lamentato della rigidita’ dei parigini, della loro sporcizia, della puzza della metropolitana e via dicendo.. . . . i soliti veri cliche’ sui cugini francesi.
Ma posso dirti anche che e’ una citta’, a differenza di Milano per esempio, dove l’inspirazione la trovi nella strada, in mezzo alla gente, nei quartieri come Belleville, nei mercati comunali come il marche’ d’Aligre, (dietro Bastille), o quello di Strasbuorg St. Denis.
l’inspirazione e l’emozione di guardare i colori di certi tramonti dove ti sembra di stare in un dipinto di Eugene Delacroix .
Trovavo inspirante la sciattezza, o apparente sciattezza della gente comune, la non uniformita’ che trovi a Milano, ma anche in Italia in generale.
Puoi trovare un buon equilibrio a Parigi, tra creativita’, cibo e bellezza della citta’.
In ogni modo, io AMO Parigi, e non la potrei mai cambiare per Milano, ma l’ho cambiata per NY>
hihihi
ciaus batilla
9 marzo 2010 alle 02:08
Viviamo in una città dove la moda passa come elitaria è questa la comunicazione prima che giunge al cittadino, bisognerebbe stravolgere questo clichè e rendere la moda un evento legato alla città stessa, alla nostra cultura alla nostra storia, al nostro cibo, alla nostra nazione, al nostro patriottismo.
Si crea una sorta di inferiorità celata sotto una facciata di disinteresse, facilitato da una mancanza di informazione e comunicazione.
Quanto tempo viene dedicato dai principali canali di informazione nazionale alla settimana ( settimana?)della moda?
Il pensiero più logico sarebbe collegato all’apparente superficialità che il sistema moda ricopre nel pensiero comune del cittadino, mi verrebbe allora da dire: il gioco del calcio non è superficiale? Eppure quanta gente segue questo sport?
Bisognerebbe creare più interesse, stuzzicare il cittadino, informarlo, portarlo a chiedersi, quando si trova da Zara o in qualsiasi altro posto ad acquistare qualcosa “per coprirsi”, perché scelgo questo e non quello? Da chi è stato copiato? chi lo ha inventato pensato la prima volta? Chi l’ha riproposto?
D’altronde è insita nell’uomo la volontà di coprirsi per comunicare, e allora perché non comunicare meglio al cittadino con cosa “si copre”?
Ovviamente allo stesso tempo convive il pregiudizio, che porta la maggioranza uniformata a giudicare il singolo “diverso”.
E allora che ognuno sia libero di comunicare quello che vuole attraverso quella che considera la sua uniforme. (utopico?)
Questo in Italia manca.
Il giusto compromesso sarebbe la soluzione, ma in mancanza di un passo avanti del cittadino, forse la comunicazione mediatica potrebbe sforzarsi a farne due trascinando ed incuriosendo il cittadino, coltivando la sua ricettività.
E allora si che riconnettere in maniera positiva i cittadini di Milano con la moda (ma non solo, quanti Milanesi non sono mai entrati in Duomo?) sarebbe un ottimo starter per dare alla moda ciò che è della moda.
11 marzo 2010 alle 12:55
Ciao Andrea
(Ciao!!! Come sei stato questi ultime 15-più o meno- anni? Quello magari per un’altra volta).
Bello tuo blog, e non solo bello ma importante che ci sia un discorso proattiva per incominciare affrontare gli cambiamenti. C’é tanto da fare incominciando già CON la moda, la cultura, l’industria…l’educazione stesso, e non solo à Milano, e non solo in Italia…ci sto pensando! À presto, K
11 marzo 2010 alle 23:39
quello che ho notato camminando nella per le strade di Parigi,
è stata la leziosa originalità delle persone.
i colori e le geometrie più arroganti ma così delicatamente invitanti.
nulla mi è sembrato ridicolo.
nemmeno il ragazzo truccato stile kiss su dei tacchi da cugino di campagna.
nemmeno le ragazze ciondolanti in tacchi 32.
Parigi è in grado di farti sentire perfettamente in ordine e nel contempo sgraziata e.
è caos sistematizzato,ordinato, sporcizia che puzza ma con lo stile dello squallore.
E’ tragica nella sua bellezza.
è regale e impressionantemente monotona appena si esce dai recinti di quel piccolo sogno sulla senna.
è il quartiere di gambetta, gli hotel di stark nascosti e la pensioncina con la signora con i capelli cotonati, blu, e le tazzine di porcellana con le roselline.
nulla a che fare con la cugina italiana dalle potenzialità buttate nel cesso.
mi sa dai quei talenti sprecati, quei ragazzi che finiscono male.
Milano è grigia, un aglomerato di provincia di mezza misiura in cui ti tocca scavare senza nemmeno sapere se troverai qualcosa.
popolata da cariatidi di un periodo che fu d’oro ma non lo è più.
milano è una rockstar decaduta che non accetta la sua disfatta e si ostina a provare.
senza capire che accettare la sconfitta sarebbe l’unica possibilità di rinascere.
Parigi almeno stuzzica in superficie.
Parigi è più onesta e se la mena molto meglio.
14 marzo 2010 alle 18:50
Ma di cosa stai parlando….
concludi il tuo pezzo con tre proposte:
1) la prima necessità è di dare alla moda quello che è della moda. Luoghi magnifici in cui raccontare la bellezza attraverso uno scambio attivo con la città.
2)La seconda è di consentire la vivibilità dei luoghi storici aprendoli a tutti il più possibile.
3) La terza è di riconnettere in maniera positiva i cittadini di Milano con la moda.
Che proposte! Tuttavia TU ti rendi conto in che città vivi, in che paese vivi oggi?
Ma dove sei stato fino adesso?
Ti rendi conto che in giro ci sono dei grossi problemi?
Sai che qualcuno ha perso il posto di lavoro, qualcuno lo sta perdendo e le famiglie anche milanesi vanno a mangiare alle mense della Caritas?
Forse tu mi dirai che saranno gli stilisti, il Made in Italy a salvarci dalla crisi. permettimi di dubitare: primo perchè molto producono all’estero;
secondo perchè tendono a sottrarsi al fisco….
E poi oggi ho letto proprio una notizia incoraggiante:
quella alcolista della Miuccia Prada, licenzia i suoi dipendenti perchè vecchi e grasso,
L’eleganza è magra. Quindi non potrà portare abbondanza né a Milano né all’Italia
In questo paese in cui la forbice tra ricchi e poveri è sempre più netta, in cui gli evasori fiscali sono considerati dei grandi fighi, ci sarà sempre una cerchia ristretta a cui rifilare le mutande made in italy da 1500 euro.
Sono loro il mondo della moda, pero’ a loro non è necessario riconsegnare ancora una volta i “luoghi bellissimi”… se li sono gia’ presi o se li stanno prendendo.
With Love
R.
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