Mi sembra di poter dire con una qualche certezza che il sistema francese della couture è definitivamente franato. Per fortuna non facendo vittime.
Questa volte le sfilate erano solo dieci. Una sequenza veloce risolvibile in una giornata.
I partecipanti avevano nomi molto noti o quasi ignoti. Vediamoli uno per uno.
Alexis Mabille, ex creatore di papillon, ha intessuto con eccessiva scorrevolezza una storia di “chirurgia grafica”, in pratica dividendo in due ogni capo di abbigliamento esistente e rendendolo bicolore. Un discorso forse sottilmente politico.
Elie Saab, ha cercato di dimostrare che non solo di rigido red carpet si vive, ma che le sue clienti hanno anche un leggero lato romantico. Sempre ricamato e lungo fino ai piedi però.
Jean Paul Gaultier è andato in Messico in cerca di ispirazione ma vi ha probabilmente trovato delle interessanti sostanze allucinogene che lo hanno non poco aiutato a raffinare un sogno narrativo che a volte aveva i tratti del delirio.
Anne Valerie Hash ha pensato di riassemblare vecchie t-shirt di Tilda Swinton o pigiami di Albert Elbaz per raccontare un nuovo modo di fare couture. Un’idea simpatica di certo.
Valentino, o il duo che adesso lo rappresenta, è rimasto molto impressionato da Avatar tanto da volerlo far diventare il tema della collezione. Il senso di affanno nel dover fare rientrare la fantascienza in una serie di abiti di chiffon di seta è palpabile. Altrettanto palpabile è il senso di lieve imbarazzo che si prova nel vedere la sfilata.
Armani ha invece deciso di parlare della Luna, tema veramente un pò dimenticato da tutti, dopo essere stato per secoli l’arma preferita dei poeti più romantici. Ne ha usato il colore pallido, le iridescenze e, alas, a volte anche la forma. Cadendo in una vischiosa trappola da cui si penserebbe che l’esperienza l’abbia peparato.
Chanel, la collezione più acclamata, ha dato una risposta decisa ad un bisogno evidentemente non latente di romanticismo spettacolare delle milionarie mondiali. Che vivono solo di notte e non si imbrattano mai nelle pozzanghere.
Christian Dior, in arte John Galliano, ha rispolverato gli insegnamenti di Charles James e le mises di Millicent Rogers per ripercorrere il periodo d’oro della couture. Facendocelo rimpiangere come non mai.
Givenchy, e quindi Riccardo Tisci, ha come sempre cercato di dare un soffio di contemporaneità alla vetusta storia della maison. Questa volta usando come fonte di ispirazione nientedimeno che Renato Zero. Saranno felici le ricche sorcine sue clienti.
In definitiva il quadro generale sembra ben poco univoco.
E sembra che la risposta alla domanda se abbia senso o no continuare questa strana cosa chiamata Haute Couture sia ben di là da venire.
1 commento
31 gennaio 2010 alle 18:06
Ad acclamazione di alcuni happy few tra cui me (few ma potrebbe essere una moltitudine se solo si palesassero) propongo un blog a latere named lerecensionidellesfilateperdavvero.it o qualcosa del genere. Per inciso, non sto affatto scherzando.
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