L’abbiamo visto.
Con un minimo di sano senso di ansia anticipativa come quando si vedono film pieni di fatti e persone che conosci.
E che parlano del mondo in cui, più o meno, vivi.
Valentino. The last emperor è un bel film documentario.
Un film su una cosa che finisce che è molto precisa e chiara e su qualcosa che comincia che nessuno pare ancora aver capito che cos’è.
Ciò che finisce è, insieme all’onestissima e brillante carriera dell’unico vero couturier italiano, l’epoca degli stilisti.
Una categoria di persone che, subito dopo aver inventato il made in italy hanno salutato per sempre la realtà e hanno preso un volo senza ritorno verso l’iperuranio. Un mondo dove non esiste la povertà, non esiste il brutto, non esiste il dolore. Apparentemente.
Intervistato da Fabio Fazio Valentino ha detto che sta cominciando ora ad accorgersi che esistono anche le cose brutte, e che pur infastidendolo molto, si trova costretto ad affrontarle.
Non è certo il dramma personale di un professionista che esce di scena ad essere interessante.
Quello su cui riflettere sono le parole di Matteo Marzotto in una delle ultime scene del film che dice che il mondo è cambiato, che il mercato vuole cose diverse, che niente sarà più come prima.
Il designer demiurgo onniscente che ha il controllo su tutto è una figura che ormai è mitologica come l’araba fenice.
La corte rinascimentale di assistenti asserviti che annuiscono a comando è storia passata.
La solitudine del genio di fronte al foglio bianco è un film passato di moda.
Tutto è finalmente più reale. I clienti reagiscono a progetti più strutturati e complessi dimostrando una capacità di discernimento molto evoluta.
Le abitudini di vita e il potere d’acquisto sono state per sempre modificate tanto da rendere indispensabili strategie che coniugano una visione precisa del prodotto con progetti di comunicazione innovativi e approcci al mercato molto più strutturati.
Se non c’è un lavoro di team dietro ad un brand il pericolo volatilità è dietro l’angolo.
E’ probabilmente finita un epoca in cui si avvicinava l’approccio autoriale ed artistico al fashion design e in cui si credeva che il prodotto si vendesse se era bello.
Abbiamo purtroppo scoperto che niente è bello e che tutto è bello.
Che può risultare più affascinante una campagna di H&M che una sfilata di Margiela.
Che il successo di un prodotto può dipendere da fattori ben al di fuori della volontà di chi l’ha concepito.
Che i miti nascono e muoiono percorrendo strade che a volte ci sembrano incomprensibili.
Ma è probabilmente tutto normale.
Anche la moda si è umanizzata, ha raggiunto un grado di realtà più consono alla sua natura di oggetto.
E’ forse tornata ad essere quello che era prima degli anni ottanta.
Un sano modo per rappresentarsi. Per costruirsi una narrazione.
Mettendo a disposizione di tutti più strumenti con un coefficente di libertà medio molto più alto.
1 commento
23 novembre 2009 alle 02:54
Mi piace molto quello che scrivi – ma non capisco tutto -
stai dicendo che siamo arrivati al se vende e’ bello e se no e’ inutile?
e se tutto e niente e’ bello – che cosa e’ che attrae il consumatore a comperare? ad indossare?
perche’ allora non sarebbero queste le nuove co-ordinate del design ?
o e’ semplicmente che il mercato e’ talmente frammentato e nicchia che alla fine per convincere grossi numeri rimane a grosso modo una questione di budget communicazione/publicitario ?
L’altra sera hanno dato Mission Impossible 1 alla tele – la cosa che mi ha abbastanza stupito alla soglia del 2010 e’ che aparte il computer ( come oggetto) non c’erano grande indicazioni di epoca. I vestiti erano veramente portabilissimi oggi. Dunque mi sono chiesta cosa e’ successo negli anni novanta che o non ha determinato uno stile di vestire preciso oppure ha inventato la vera contemporaneita’……
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