A volte capita di parlare con persone estranee alla moda che ti fanno pensare a cose che ti sembrano ovvie.
Alessandro Dalai, editore di Baldini e Castoldi, persona curiosa e intelligente, durante un incontro di lavoro mi ha chiesto come mai i grandi personaggi della moda siano così inaccessibili.
Come mai sia difficile avvicinarli, raccontarli, invitarli a parlare, a volte anche solo vederli.
Per quali motivi incomprensibili cerchino di rimanere distanti, di non raccontarsi se non attraverso mega eventi, mega sfilate, mega mostre.
E questa domanda arriva proprio nel momento in cui nelle sale cinematografiche esce ” Valentino, l’ultimo imperatore”, documentario su Valentino Garavani, che solo dal titolo incute terrore.
La figura degli stilisti è in generale mitica se non leggendaria nell’immaginario collettivo.
Quasi tutti si trincerano dietro uffici stampa di ferro che li proteggono come fossero dentro Fort Knox.
Una cosa che a chi lavora nella moda sembra normale. Ma che nella realtà non lo è per niente.
Anche Barack Obama è stato da David Letterman. Mai vista Miuccia Prada da Fabio Fazio.
L’unica figura pubblica che ha lo stesso tipo di riserbo nel comunicare è il Papa.
Immagino che la risposta a questa domanda stia nel fatto che sentir parlare gli stilisti è un pò come sentir parlare i calciatori.
L’analfabetismo linguistico e culturale in un’intervista televisiva emerge con la forza di uno tsunami.
E come uno tsunami ha effetti devastanti.
Solo che da un calciatore nessuno si aspetta visioni che squarciano il buio dell’estetica contemporanea o riflessioni acute sulle strategie di mercato in tempo di crisi.
Un calciatore funziona anche se semplicemente grugnisce.
Uno stilista invece è, nell’immaginario collettivo, un artista, un fenomeno anche culturale, oltre che una star del business.
Quindi per non distruggere il sogno quasi sempre si sceglie di tacere.
Alla larga da David Letterman ma anche alla larga da Daria Bignardi.
Se agli stilisti ci aggiungiamo poi le anoressiche e balbuzienti modelle il gioco del silenzio è completo.
Questo porta purtroppo a un totale scollamento dalla realtà del mondo della moda, a una divaricazione netta e pericolosa tra ciò che è e ciò che si vorrebbe che fosse.
Il silenzio in questo caso serve da fondamenta alla costruzione di un sogno collettivo.
Ma il mitico consumatore finale compra anche perchè crede a qualcosa che non esiste, a una favola fatta di supereroi inattaccabili che non ci sono.
E per questo, invece di andarlo a disturbare con una inutile descrizione della realtà, si preferisce farlo dormire un sonno pieno di sogni senza verità.
1 commento
21 novembre 2009 alle 14:46
Credo che infondo alla collettività piaccia questo “silenzio”…
ci piace continuare a pensare.. a falsi stereotipi che si materializzano in mega sfilate ed eventi..
è giusto che i grandi restino inaccessibili.. perchè in un certo senso.. gli ideali di bellezza.. sono sempre irraggiungibili.. ed è giusto che rimangano tali..
..forse ci accontentiamo di quelle bellissime sensazioni.. che i nostri occhi percepiscono..quando vedono il frutto della loro creatività sulle passerelle.. e proprio in quei momenti… si consolida il pensiero.. che le parole.. per loro.. siano solo un valore aggiunto.. nulla di più..
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