Si tirano le gambe sul divano e finalmente ci si rilassa. Le settimane della moda nel mondo sono finite e tutti possono tornare alle rispettive operose attività facendo i conti di successi e insuccesi.
Non sappiamo allo stato attuale se globalmente le merci stiano piacevolmente ricominciando a viaggiare come prima o più di prima ma possiamo cercare di capire se quello che è avvenuto, quello che è stato presentato, sia sensato oppure no.
Da un primo sguardo si direbbe che anche i grandi produttori di senso questa stagione abbiano fatto cilecca. E che tutti gli altri solitamente preda dell’insensatezza abbiano continuato sulla propria strada.
Allontanarsi dal pericoloso centro della crisi sembra costare a tutti molta fatica ma soprattutto sembra provocare poco credibili spinte all’innovazione fine a sè stessa (Prada, Jil Sander, Louis Vuitton), poco riusciti allontanamenti dall’identità del brand (Trussardi, Pucci, YSL) o anche inutili tentativi di ribadire un concetto astratto di originalità (Balmain, Dolce & Gabbana, Miu Miu, Valentino).
La risposta alla crisi sembra la superficialità o la forzata profondità.
Per questo motivo l’intento di pochi di lavorare su progetti semplici quanto identitari sarà, credo, ripagato nel futuro da risultati di mercato e nell’immediato da consenso unanime.
Chi sono i miei vincitori ideali l’ho già detto. Aggiungo che quando la creatività smette di mettersi in dubbio e di domandarsi se abbia o no un fine, c’è bisogno di un sano ripensamento.
Per evitare che tra le pieghe della mancanza di senso si insinui la volontà reazionaria di qualcuno di chiudere gli orizzonti di tutti.
2 commenti
23 ottobre 2009 alle 04:33
quando la creativita’ o la funzione o entrambi ( nel caso del abbigliamento) s’incastrano nel mecanismo del business – rimane poco da evoluzionare o da dire- l’outcome necessario e’ la vendita di un prodotto e tutto creato e’ a fine di pagare stipendi ed investitori.
l’evoluzione vera nella moda e nel modo di vestirsi viene
da chi non ha questo legame economico. perche allora torna ad una questione pura di design nel problem solving oppure nell’ espressione individuale.
23 ottobre 2009 alle 05:28
parte seconda -
continuo a pensarci – cioe’ o si pensa alla moda come un espressione di pura creativita’ e dunque non fatta a scopo di lucro o commercio – e ci sono stati dei creatori che pensano, disegnano, creano per dire o scoprire ma non per guadagnare, e allora si cade nella categoria dell’ arte – come il’vero’ artista che fa per se e non per altri.
oppure l’indumento e’ qualcosa di cui si ha bisogno e che deve ricoprire questo bisogno. fa freddo ho bisogno di un maglione, piove ho bisogno di qualche cosa che mi ripara dalla pioggia. ma il fatto e’ che siamo in un era dell’ eccesso – tanti di noi abbiamo troppi indumenti. se apriamo i nostri armadi – probabilmente ci potremmo vestire per il prossimo decennio senza dover acquisire nulla . la moda e’ ‘pure collective fetish’
qui in nuova zelanda – trovo sempre molto interessante la notizia di un tessuto creato per motivi funzionali – come il tessuto ‘anti-stab’( per polizia) oppure tessuti anti incendio ( pompieri del fuoco) ed ultimamente una tuta di nuoto il cui materiale tecnicamente ( non riccordo i dettagli) riduce la resistenza che accade nell’acqua – dunque eliminando secondi in una gara.
queste sono innovazioni del 21esimo secolo nel tessuto.
mi chiedo se ci saranno innovazioni di forma e sopra tutto di costume????
I commenti sono chiusi.