Leggo su Repubblica di oggi un articolo di Marino Niola, antropologo dell’Università di Napoli intitolato ” Eleganza, quello stile che ha vestito Hollywood “, terzo capitolo di un’inchiesta chiamata ” Cosa resta del Made in Italy “.
Nell’articolo Niola descrive un pò di classiche succes stories del mondo della moda italiana come Gucci, Ferragamo e Armani facendone un sunto degno della peggiore cartella stampa di Pitti Uomo, ma soprattutto volendone derivare la teoria che il buongusto innato nel popolo italiano unito alle capacità artigianali rendono unico e immortale il made in Italy.
Sempre i soliti nomi per raccontare sempre la solita favola. Falsa.
In contemporanea sto leggendo un libro di Francesco Bonami intitolato ” Lo potevo fare anch’io. Perchè l’arte contemporanea è davvero arte “. Francesco Bonami è un esimio cervello quasi in fuga che è stato Senior Curator del Museo di Arte Contemporanea di Chicago, è direttore artistico della Fondazione Sandretto re Rebaudengo e di svariate altre amenità. Il libro, a carattere furbescamente divulgativo, tenta di spiegare agli ignavi della cultura in che cosa consista la ricerca artistica contemporanea e perchè non c’entri più niente nè con la geolocalizzazione, nè con la manualità.
Nell’esilarante capitolo ” Artisti di confusione di massa ” fa piazza pulita nello spazio di tre pagine degli esimi Renato Guttuso, Arnaldo Pomodoro, Fabrizio Plessi, Giuliano Vangi e Giacomo Manzù decretandone l’inutilità artistica e non facendone parola nella splendida mostra di cui è stato curatore a Palazzo Grassi ” Italics “.
Niente di più lontano tra i due punti di vista. L’istituzionalità italiana che si autonarra usando schemi vecchi e inutili e i veri territori di ricerca che per esistere e persistere devono essere nutriti dal soldo straniero.
La solita storia che nel caso della moda è ancora più eclatante. Non si riesce a sbarazzarsi della corazzata Potemkin del 75enne Giorgio Armani, dalla vuota mediaticità di Donatella Versace, dall’incapacità di raccontare dei Ferragamo, dal plagio da mass market di Gucci.
Perchè dobbiamo continuare a chiudere gli occhi, mi domando, su questi progetti che esprimono così poco senso?
Perchè indietreggiamo di fronte al peso commerciale delle cose?
Perchè diventiamo improvvisamente timidi di fronte all’unica rilucente verità che trasuda da ciò che è nuovo, che è contemporaneo, che spinge avanti le cose, che fa bene al mondo?